Charles Bukowski

1920–1994 · USA · realismo sporco underground resistenza

Voce

Bukowski scrive come se parlasse a un amico al bar — ma quel "come se" è la più sofisticata costruzione retorica della poesia americana del dopoguerra. Sembra che non stia facendo poesia. Sembra che stia solo raccontando com'è andata. È lì la sua genialità:far sembrare poesia quello che è solo vita.

La sua voce è diretta, colloquiale, volgare quando serve, e improvvisamente lirica quando meno te l'aspetti. Leggi dieci poesie di Bukowski di fila e senti la stanchezza di chi ha lavorato tutta la vita in fabbrica e negli uffici postali. Ma senti anche la tenerezza di chi non si è mai arreso.

Tecnica

Bukowski usa il verso libero americano — quello di Whitman e Williams — ma lo abbassa di tono. Dove Whitman è cosmico, Bukowski è minimo. Dove Williams è preciso, Bukowski è trasandato.La sua tecnica è la sottrazione. Toglie tutto ciò che potrebbe suonare "poesia" e lascia solo l'osso: l'immagine, la storia, la voce.

I suoi versi sono corti, spezzati, spesso mono- o bisillabici. Non c'è metafora che non sia immediatamente comprensibile. Non c'è parola difficile. Ma la forza non è nelle parole — è nella giustapposizione: un gatto morto e un tramonto, una sbornia e un ricordo d'infanzia, una donna che se ne va e una mosca che muore sulla finestra.

the bluebird
wants to get out
but I'm too tough for him,
I say, stay in there,
I'm not
getting anybody's
heart.


(l'uccello azzurro / vuole uscire / ma io sono troppo duro per lui, / dico, stai lì dentro, / non voglio / il cuore / di nessuno.)

Impeto

Bukowski scrive per non impazzire. Questa è la verità nuda. Ha avuto un'infanzia di violenza (il padre lo picchiava), un'adolescenza di solitudine (acne devastante), una vita adulta di lavori massacranti e alcolismo. La poesia non è stata una scelta estetica. È statal'unica via di sopravvivenza.

Ma attenzione: Bukowski non è "poeta maledetto" in stile romantico. Non romanticizza la sua vita. La racconta — e nel raccontarla, la trasforma. L'impeto è testimoniare: sono stato qui, ho visto questo, non mentirò su com'è.

Silenzio

Il silenzio di Bukowski è diverso da quello di Rimbaud. Non è un silenzio volontario. È il silenzio di chi non ha mai avuto le parole giuste finché non ha trovato la poesia. Bukowski non ha scritto per molti anni — dai 20 ai 35 ha bevuto e vagato, scrivendo pochissimo. Poi ha trovato la voce e non ha più smesso.

Il suo silenzio è l'attesa. Il tempo prima che la voce trovasse la sua forma. Una lezione per chi pensa di essere "in ritardo": Bukowski ha pubblicato il primo libro a 40 anni. La sua poesia migliore è arrivata dopo i 50.

Talento

Bukowski è tra i migliori del suo tempo perché ha risolto un problema che pochi poeti riescono a risolvere: come scrivere poesia che non sembri poesia ma lo sia. Ha preso la vita più brutta, più squallida, più disperata — e l'ha resa non solo sopportabile, ma bella. Senza mentire. Senza abbellire. Senza tradire.

I poeti accademici lo disprezzano ancora. I lettori comuni lo amano ancora. Questo è il segno che aveva ragione lui.

Connessioni

Influenza: John Fante (che scoprì da adulto e lo cambiò), Hemingway (la prosa secca), Céline (la violenza della lingua). E, da vicino, tutti i poeti underground americani — la generazione beat, i poeti di Los Angeles, la piccola rivista.

Affinità con Rimbaud: Entrambi hanno rifiutato il sistema letterario. Entrambi hanno scritto come se la poesia fosse una questione di vita o di morte — perché per loro lo era. Dove divergono è nella durata: Rimbaud 5 anni, Bukowski 50. Due modi di bruciare: la fiamma e la brace.

Per chi scrive ora

Da Bukowski si impara che non serve essere "poetici" per fare poesia. Basta essere veri. La verità, se detta con abbastanza precisione, diventa poesia da sola.

E si impara anche che non è mai troppo tardi. Se hai 20 anni e non hai ancora scritto niente di buono, aspetta. Se hai 40 e non hai ancora pubblicato, aspetta. La poesia non scade. La voce arriva quando è pronta.


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