Angina

— Fabrizio Terzi

Angina.
Non sei dolore.
Il doloreè soltanto il rumoredella tua manoquando cerca la porta.
Tu vieni dopo.
Quando la casa tace.
Quando il bicchiereha smesso di brillare.
Quando perfino i murisi dimenticano di me.
Non bussi.
Non hai mai bussato.
Conosci il passaggiotra una costola e l'altra,
la scala strettache porta al cuore.
Scendi.
Piano.
Come una donnache non vuole svegliarel'uomo che ama.
E questo è il peggio.
Non hai odio.
Non hai fretta.
Non hai nemmeno fame.
Mi conosci.
Sai quanto ferropuò sopportare il sangue.
Sai dove il respirodiventa paura.
Sai il punto precisoin cui la manocerca il tavolo
e l'uomocerca Dio
senza averlo mai chiamato.
Io ti sento.
A volte.
Una stretta.
Un artiglio.
Poi niente.
E quel nienteè più terribile.
Perché nel nientesei ancora.
Seduta.
Invisibile.
Con la pazienzadelle cose certe.
Io allora ritorno al vino.
Alla finestra.
A una donna.
A una frase.
Alle piccole bestie luminoseche chiamiamo giorni.
E ti dimentico.
O fingo.
Tu no.
Tu non dimentichi mai.
Ogni voltaimpari meglio il mio nome.
Ogni voltala tua mano è più leggera.
Quasi dolce.
Quasi amore.
Un giornonon sentirò neppurela porta aprirsi.
Entrerai.
La stanza sarà la stessa.
Un bicchiere.
Una luce.
Forse settembre.
Forse una vocedall'altra parte del muro.
Tu mi poseraidue dita sul petto.
Io alzerò gli occhi.
E finalmenteti vedrò.
Non nera.
Non mostruosa.
Non morte.
Solo una donna stancavenuta da molto lontano
per prendermi per mano
e dirmi piano:
Vieni.
Poi il mondocontinuerà a fare rumore
senza di noi.
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